lunedì 18 aprile 2011

la leggerezza del ferro - a lezione di gratuità

Quando l'economia diventa solo una questione di soldi i risultati sono due: il primo è che essa perde la sua dimensione umana, e perciò diventa disumana e aberrante; il secondo, alla fine si ripiega in se stessa. L'implosione delle principali economie reali in tutto il mondo sarebbe la prova certa di un ragionamento molto semplice, ma antico almeno quanto l'agape cristiano: le linee di pensiero che separano il mercato dagli ideali non funzionano.

Le prospettive della gratuità e dell'importanza della “vocazione” all'interno dell'assetto economico di una società sono al centro de “La leggerezza del ferro”, un'introduzione alla teoria economica delle Organizzazioni a Movente Ideale (OMI) scritta a quattro mani dai professori Luigino Bruni e Alessandra Smerilli (edizioni Vita e Pensiero).

“Una delle caratteristiche della post modernità è il crollo del confine tra economico e non-economico – spiegano gli autori –. Noi crediamo che l'economia sia un brano di vita, dove gli uomini e le donne mettono in campo tutte le loro passioni, vizi e virtù. Questo saggio è un'indagine sulla maggiore complessità, ma anche sulla maggiore qualità umana, che ritroviamo nelle organizzazioni, economiche, sociali, politiche e religiose, quando gli ideali le fanno nascere, le fanno vivere e le alimentano giorno dopo giorno”.

Certo, pensare che un sogno sia alla base di un'impresa economica può sembrare una contraddizione in termini. Eppure, analizzando i fatti, scopriamo che il sodalizio “vocazione e azione (economica)” è quantomai stringente.
Le Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), dette anche values-based organization, sono quelle organizzazioni – associazioni, ONG, imprese sociali, imprese di economia di comunione, associazioni ambientali, organizzazioni politiche, culturali e religiose – ispirate non primariamente dal profitto, ma da un movente ideale, da una missione o vocazione, cioè, legata alle motivazioni intrinseche dei suoi promotori.

“Ma in generale – spiega il professor Luigino Bruni – le OMI potrebbero essere quasi tutte. Ognuno di noi ha le proprie motivazioni quando intraprende un'attività economica: l'innovazione vera deriva sempre da ideali. E se l'artista è colui “che muove qualcosa” perché ha un daimon che lo anima e che lo guida, anche nelle imprese succede qualcosa di simile: perché uno si alza alle sei del mattino e va a lavoro? Certo, per guadagnare, ma c'è anche qualcosa che “va oltre”. Se non c'è questo “oltre”, questo contributo squisitamente umano, allora non c'è innovazione”.

Questo “oltre”, è lo zoccolo duro cui fa riferimento una tradizione lunghissima di economia civile che vede il mercato come una forma di gratuità: la prospettiva di Dragonetti, Genovesi, e recentemente Sugden e Sen. In questo contesto il mercato è il luogo in cui può avvenire la remunerazione delle virtù civili: se il mercato include chi è più debole e lo fa diventare un'opportunità di bene comune, allora compie un'importante opera di civilizzazione, e si fa strumento di autentica inclusione, e di crescita umana e civile.

Le parole cardine di questo scenario sono due: reciprocità e gratuità. La prima viene da reciprocitate (rectus+procus+cum, ossia ciò che viene e ciò che parte e che torna vicendevolmente). Alcune esperienze della reciprocità sono il commercio equo e solidale, l'economia di comunione, la microfinanza e il microcredito “dove le persone vengono aiutate a uscire da varie trappole di indigenza e di esclusione non con doni incondizionati, ma con contratti (animati da gratuità)”.
È davvero sostenibile, autenticamente umana e applicabile all'interno delle organizzazioni, OMI incluse, solo una reciprocità a più dimensioni, che comprenda lo scambio di doni, le regole e i contratti.

“È la gratuità – dice Alessandra Smerilli – che fa un amico vero diverso da un amico opportunista, che rende una famiglia diversa da uno scambio di beni e servizi. Le OMI hanno la loro forza nella valorizzazione della gratuità. La cultura moderna ha fatto della gratuità una faccenda privata, e meno di tutti economica. Il risultato è l'implosione che stiamo osservando proprio in questi anni nelle economie reali di tutto il mondo.
Le esperienze economiche improntate alla gratuità, come quelle portate avanti dalle OMI, propongono la funzione civilizzatrice del mercato, ma conservano la natura tragica della gratuità”.
“Chi dà la propria vita per una bottega del commercio equo e solidale, o per una coop sociale che offre lavoro a ragazzi svantaggiati in realtà vive bene, in quanto è gratificato da quell'eccedenza che è tipica della dimensione più umana dell'esistenza, ma in realtà fa esperienza anche di conflitti e situazioni dolorose, si mette in gioco più degli altri: e per questo soffre di più”.

La vera gratuità, sebbene indispensabile per riportare la vita, anche economica, a una dimensione pienamente umana, ha una natura tragica e dolorosa: darsi, infatti, vuol dire prima di tutto essere vulnerabili in quanto non calcolatori. La gratuità, per quanto necessaria, è sempre una potenziale ferita. Ma è anche il sale dei rapporti umani e di quello che più avvicina l'uomo comune all'artista. Per convincersene una citazione di Primo Levi, in cui si parla di Auschwitz: “il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su i muri li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità”.

La leggerezza del ferro è stato presentato il 18 marzo 2011 a Lucca, presso la Saletta della Fondazione Banca del Monte (piazza San Martino). L'evento è stato organizzato dal consorzio di coop sociali So. & Co., Caritas diocesana Lucca, coop sociale La mano amica e la Fondazione Mario Tobino.

fosca sensi

venerdì 15 aprile 2011

Le comuni fosse del capitale finanziario

breve storia dell’escavazione del canale di Panama

articolo pubblicato sulla rivista


Osservati con sufficienti lungimiranza ed onestà, gli eventi  e le vicissitudini attraverso i quali si arrivò all’escavazione e, immediatamente dopo, allo sfruttamento commerciale del canale di Panama, sono esemplativi della ferocia, barbarica e ostinata, con cui il capitalismo persegue i propri scopi e compie le proprie imprese, celandone il senso, con relativo pudore, sotto i veli dei nessi politici e giuridici peculiari ad ogni dato stadio di sviluppo dei mezzi di produzione e dei rapporti sociali di produzione ad esso corrispondenti.
Tutto ebbe inizio all’alba radiosa della seconda rivoluzione industriale, quando la logica del profitto si annesse la funzione strumentale dell’apparato tecnico con ebbro slancio ideologico, tale da semplificare la relazione tra mezzi di produzione e forza-lavoro nei termini di una conseguente e schematica spietatezza. Tra le tante ingloriose conquiste di quell’epoca  di meccanici sincronismi, idolatra di feticci industriali, è opportuno ricordare come, in ottemperanza alla legge aurea del plusvalore, in molti comparti industriali, quali ad esempio il tessile tramite l’introduzione su vasta scala dell’impiego dei telai automatici, riuscisse vantaggioso agli imprenditori licenziare operai di lunga esperienza di fabbrica e sostituirli con i loro stessi figli, cui si potevano pagare salari assai inferiori e che non davano problemi di sindacalizzazione. In tale epoca, dalla seconda metà del diciannovesimo secolo e in modalità più pervasive a partire dagli anni ottanta, il sistema capitalistico completa l’accaparramento di tutte le risorse ideologiche e sociali a propria disposizione, nonché delle funzioni degli Stati liberali che di esso erano l’espressione politica più o meno adeguata. Laddove, dunque, durante la fase storica mercantilista, i commercianti tessili di Lione, in piena consequenzialità di intenti e strategie, rispondevano alle profferte del ministro Colbert con la semplice richiesta: “laissez faire, laissez aller, le monde va de lui-même”, nel tempo del nascente imperialismo le condizioni concrete erano profondamente mutate e gli stati liberal-democratici svolgevano senza remissività il ruolo di agenti dei rispettivi capitalismi nazionali.
Il primo progetto per la costruzione di un canale che permettesse la navigazione diretta tra Atlantico e Pacifico venne approntato e promosso dall’ingegnere e industriale francese Ferdinand de Lesseps, già trionfatore sulla geografia fisica del continente africano quando, il 19 agosto 1876, era riuscito a portare a compimento il taglio del canale di Suez.  Al fine di realizzare la nuova e ambiziosa opera, l’8 luglio 1879 fu costituita la Compagnie universelle  du canal interocéanique de Panama. L’universalismo cui si faceva cenno nella denominazione della società era senza dubbio quello che luccica sotto la stella del profitto capitalista, che si voleva e si vorrebbe egualmente brillante in tutti i cieli del mondo, secondo una menzogna che era tale allora e rimane tale oggi. Pochi mesi dopo l’inizio dei lavori sorsero problemi tecnici che non si era riusciti a prevedere nel corso delle fasi preliminari di progettazione. Ciò richiese l’impiego di più ingenti fondi finanziari, che il de Lesseps non esitò a procurarsi ricorrendo a tutte le cospicue liaisons che era stato capace di intessere in lunghi anni di onorata carriera. Nonostante ciò l’opera non guadagna terreno sulla cordigliera dell’istmo, né la Compagnie universelle gode di prosperità, tant’è che il 4 febbraio 1889 i titolari sono costretti a dichiararne il fallimento. Tre anni dopo il giornalista ultranazionalista e antisemita Edouard Drumont denuncia dalle pagine del suo quotidiano, La libre parole, i casi di corruzione e le malversazioni che avevano determinato l’insuccesso dell’impresa industriale. Non furono pochi gli uomini politici coinvolti. Il governo francese dei repubblicani moderati è investito dallo scandalo: il ministro degli interni Émile Loubet costretto a rassegnare le dimissioni, il ministro delle finanze Maurice Rouvier messo sotto accusa. Negli anni che seguirono la Corte d’Appello di Parigi emise sentenze di condanna a carico  dei dirigenti della Compagnia nonché dei politici e degli uomini d’affari coinvolti nello scandalo e, poiché tra questi ultimi un ruolo di primo piano era spettato a finanzieri di origine ebraica quali Cornelius Herz o il barone de Reinach, un effetto collaterale e tristemente significativo della vicenda fu quello di rinfocolare nell’opinione pubblica l’odio antisemita che sarebbe, di lì a poco, divampato nel celebre Affaire Dreyfus.
Alla dichiarazione di fallimento della Compagnie universelle  du canal interocéanique de Panama i diritti per la costruzione furono acquisiti dalla Compagnie Nouvelle du Canal de Panama. Monsieur Philippe Bunau-Varilla, uno dei principali azionisti della nuova compagine finanziaria, trattò con il governo statunitense allorché il sorgente imperialismo rooseveltiano fu giunto a maturazione per cogliere il proprio frutto nazionale all’interno degli equilibri di potenza. Per la cessione dei diritti di costruzione fu richiesto il pagamento di una cifra che il governo degli Stati Uniti giudicò esosa ed offensiva. Dopoché una commissione tecnica americana ebbe sondato l’alternativa di realizzare il canale in Nicaragua, la Compagnie Nouvelle du Canal de Panama dovette recedere da pretese eccessive e ribassare considerevolmente il prezzo dell’offerta. Seguì, nel febbraio del 1903, la firma degli accordi tra gli Stati Uniti e il governo colombiano, il quale deteneva allora la sovranità sulla zona di Panama. Tali accordi prevedevano la cessione per 99 anni di una fascia larga dieci chilometri attorno al canale contro il pagamento di 10 milioni di dollari in aggiunta ad un affitto annuale di 250.000 dollari. Laddove il Congresso ratificò immediatamente il trattato, il parlamento colombiano lo respinse con fermezza. A questo punto il segretario di stato di Roosevelt, John Milton Hay, si avvalse dell’alleanza stretta con l’antico rivale della Compagnie Nouvelle du Canal de Panama, monsieur Bunau-Varilla, al quale toccò una parte rilevante nell’organizzazione della rivolta che condusse alla secessione dalla repubblica di Colombia dello Stato indipendente di Panama. Il 13 novembre 1903, stavolta nel ruolo di incaricato d’affari dell’appena instaurato governo panamense, Bunau-Varilla controfirmò assieme a Theodor Roosevelt un nuovo accordo, nella sostanza identico a quello che era stato rifiutato dal governo colombiano. I lavori, affidati al genio militare dell’esercito degli Stati Uniti, furono ripresi nel 1907 e la prima nave a vapore attraversò il canale nell’agosto del 1914, proprio nei mesi in cui in Europa il conflitto tra i capitalismi nazionali aveva ormai preso la piega più nefanda, quella dello sterminio su scala industriale.

Giancarlo Micheli